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un blog di Alessandro Nasini

Comunicazione non è Comunicare?

Compatibilmente con i postumi di una influenza a dispetto del vaccino fatto, influenza fatta in piedi come di regola per ogni imprenditore, ho trascorso un po' di tempo al Forum della Comunicazione. Una bella agenda, presenze importanti, una buona occasione comunque per devirtualizzare un po' di conoscenze facebookkiane e linkediane e la curiosità di annusare l'aria, spiare la concorrenza (essì, sembriamo tutti amici ma al dunque, quando sul tavolo del cliente arrivano tre offerte...) e cercare sempre di imparare qualcosa.

Complice la quasi afonia (per chi comunica di mestiere meglio una gamba rotta della laringite) ho parlato poco e ascoltato molto. Ascoltato molte, anzi troppe cose che non avrei voluto sentire. Passi per l'uso spericolato della sintassi, passi per le espressioni gergali (ok per medici, avvocati, ingegneri... ma non per i comunicatori!) però troppe chiacchiere, troppe. Ho ascoltato troppi addetti ai lavori raccontare quasi vantandose che "su Facebook loro non ci sono perchè si perde troppo tempo", che la televisione generalista non deve temere per il suo futuro, che loro vent'anni fa erano già in rete (però su CompuServe e AOL non ricordo di averne incontrato uno...) che le aziende sono governate (quasi tutte) da manager ignoranti e zoticoni che non leggono e non vanno a teatro.

Ho avuto la stessa sensazione di quando guardo in tv l'ennesimo documentario sui dinosauri. Animazioni popolate da tirannosauri e pterodattili un po' plasticosi che si muovono a scatti ma che comunicano la loro granitica convinzione di essere padroni del globo terraqueo. Candidati a rimanere tali per sempre. Gran brutta fine hanno fatto. Ho sentito dire in almeno due terzi degli incontri che "le aziende non sono in grado di cogliere le opportunità offerte dai social network" e che non capiscono che "c'è una magnifica occasione per generare valore". Tutto vero, tutto già sentito e tutto un po' noioso. Molte diagnosi, poche le cure proposte. Tanta paura di comunicare, pochissima voglia di fare rete. Ho sentito anche alcuni spunti interessanti, trovato qualche conferma delle buone potenzialità di progetti in pentola, ma certo mi aspettavo di più e di meglio.

Più confronto e discussione (tra i relatori e con il pubblico in sala), una formula più snella (il social networking, il 2.0, non vale la pena di farlo anche de visu?), una connessione wi-fi funzionante (non ci crederete, si può fare!), più ragazzi e ragazze con meno di trent'anni, meno volantini e depliants, meno penne omaggio e meno caramelline griffate. Peraltro nemmeno tanto buone. Ma forse, chissà, sono un po' dinosauro anch'io e non ho capito.

Chris Anderson: ''L'energia e la futura Silicon Valley''



Dalla Silicon Valley stiamo passando alla Sun Valley. Noi possiamo solo sperarlo, Chris Anderson ce lo da per certo: Obama lo ha deciso e quindi si farà. D'altra parte la Silicon Valley è negli States, mica qui in Italia.

Ho avuto il piacere di ascoltare il direttore di WIRED nell'incontro ''L'energia e la futura Silicon Valley'' organizzato dall'Enel a Roma il 5 febbraio. Un incontro di un'ora e mezza molto ben condotto da Antonio Capranica grazie al suo inglese fluente e alll'occasione di un tema caldo: proprio ora che tante aziende della Silicon Valley sentono pesantemente la crisi, saranno in grado di mantenere la corsa verso quell'innovazione che dovrebbe rappresentare una chance per il futuro di tutti?

Chris Anderson non ha mostrato dubbi: la risposta è si, certamente. L'innovazione ci salverà (noi come umani e ambiente...) perché la disponibilità di soluzioni "green" porterà alla diffusione di una maggiore coscienza e responsabilità. Persino lui - così ci ha raccontato - che aveva in auto il piede pesante ed amava correre, da che guida un'auto ibrida è stato portato gradualmente ad assumere comportamenti virtuosi. Il solo leggero rumore provocato dal passaggio dall'alimentazione elettrica a quella a benzina ha finito per provocargli un senso di disagio. Un "click" che funziona da allarme del passaggio (con l'aumento della velocità) dal comportamento virtuoso a quello irresponsabile.

La cosa mi ha dato da pensare. Cosa succederebbe se nelle nostre case, negli uffici, al superare di una certa soglia di consumo elettrico suonasse un garbato allarme? Correremmo a spengere una lampada dimenticata accesa, abbasseremmo lo scaldabagno di cinque gradi o faremmo finta di nulla? E se dopo qualche minuto l'allarme diventasse da garbato ad imperioso?

Se insomma progresso tecnologico ed educazione procedessero il parallelo, magari grazie alle possibilità che la tecnologia stessa offre a quattro soldi, non potrebbe esserci un futuro "verde" che da remoto diventa prossimo?

Voglio provare a ragionarci meglio, magari partendo dalla realtà di casa o dello studio. Niente di clamoroso, ma un piccolo aiuto che ogni giorno accompagni me per primo e chi vive o lavora con me ad utilizzare le risorse in modo più furbo. Se riesco a produrre qualcosa di utile vi avverto, ma se fate prima voi non siate gelosi: la mia e-mail l'avete.

BarCamp, funzionano ancora?

Solo qualche mese fa sembravano un modello perfetto: poche chiacchiere (non più di venti minuti), buone slide, tempi serrati: se hai qualcosa da dire dilla, se hai paura di confrontarti stattene a casa.

Poi è successo qualcosa che ho paura abbia fatto invecchiare la formula di colpo: ne avevo avuto sentore al GreenCamp e ne ho avuto conferma sabato al KublaiCamp. Non è un problema legato agli argomenti, non dipende dalla bontà delle cose dette o dalla qualità dei baristi o degli avventori.

Forse farà questo effetto solo a me, ma a me sembra sempre di andare via avendo perso un'occasione. Occasione di cosa? Di mettere un punto, magari anche due su un qualsiasi tema o progetto. I tempi serrati, democrazia dell'orologio, attribuiscono a tutti lo stesso spazio e la stessa visibilità, un po' come alla tribuna elettorale. Qualche domanda, tante critiche ed altrettante riflessioni rimangono sempre della strozza. E non credo solo a me, a giudicare dal mugugno a bassa voce che segue quasi sempre uno speech.

Sto, ma farei meglio a dire stavo, lavorando da qualche tempo al progetto di un BarCamp su alcuni temi che mi interessano ma devo trovare un altra formula per la giornata, formula che al momento ancora mi sfugge. Portare tutta quella gente in uno stesso luogo anche solo per poche ore costa troppa fatica, troppe energie e troppi soldi per sprecare l'occasione. Con qualcuno dei Kublaiani, sabato scorso alle Officine Farneto, un accenno di ragionamento lo abbiamo cominciato, spero proprio che dalla condivisione della "bollitura" della formula barcamp si riesca a mettere in pentola qualcosa di più fresco. E in questo senso, chi volesse darmi una mano, o meglio prestarmi qualche neurone, sarà il benvenuto.

Mamma, Papà, voglio un PC per andare su Facebook

Pensavo fosse solo una boutade, speravo fosse solo una boutade, invece no. Giovedì sono stato all'interessante convegno organizzato dall'Istituto per le Politiche dell'Innovazione dove la battuta era circolata e pensavo di questo si trattasse, di un artificio oratorio di uno dei relatori. Ieri pomeriggio mi sono infilato in un megastore di quelli dove trovi di tutto, dal forno a microonde al palmare di ultima generazione, dal depilzero al pc multimediale di grido. Ne esco sempre piuttosto sconsolato dalla costatazione del sapiente mix di sacro e profano che viene esposto sugli scaffali. Sono uno di qui dinosauri che resta convinto che la diffusione di massa dell'informatica sia un male, ovviamente nei modi in cui è avvenuta. Ma questo è un discorso che magari faremo in un'altra occasione.

Sono stato un'oretta ad aggerirarmi tra gli scaffali fingendo interesse per il ciarpame esposto, in realtà origliando i discorsi degli avventori. Oddio, altro che boutade. La gente vuole proprio un PC per andare su Facebook, anzi vuole un netbuk per andare su feisbuc. D'altra parte dove mai potrebbe andare con un accrocco con il display di un Nintendo e la tastiera ben peggiore di quella del forno a microonde? Basta che ci sia un rettangolino dove cliccare, e dopo la prima immane fatica di registrarsi (bisogna scrivere il proprio login) le volte successive con due click sei in feisbuc, dove poi ti poi limitare a cliccare come con il telecomando della tv.

Non ho nulla contro Facebook (ci mancherebbe... proprio io), non ho nulla contro il fatto che tutti abbiano un pc (magari fosse...), ma così è come comprare un'auto sportiva senza avere la minima idea di cosa sia guidare. Il motorino al figlio che non è mai andato in bici. Ancora una volta ci troviamo a correre senza aver imparato a camminare. Non è bene. Si rischia di slogarsi una caviglia e perder interesse per il piacere ed il valore della corsa.

Tornando al convegno, su una cosa prima di altre mi è venuto di ragionare: c'è ancora bisogno di un piano di alfabetizzazione, ce n'è un maledetto bisogno anche se sono certo che non verrà. E' di oggi il dato di quanto ci costa il basso livello di competenza informatico dei dipendenti pubblici, ma so per esperienza che in tanto privato le cose vanno anche peggio. Lo stesso problema c'è nella scuola, pari pari, dove abbiamo insegnanti messi in crisi dai nostri figli supernintendizzati, ma non per questo alfabetizzati. E abbiamo milioni di anziani ai quali non pensa nessuno, ma ai quali stiamo preparando un futuro prossimo fatto solo di servizi telematici che non saranno in grado di utilizzare, se non intermediati dalla badante rumena.

In più, ora che lo spazzolino da denti elettronico a sei velocità tira meno, che il girapolenta fotonico piace meno, ci stanno dicendo che è un bene per l'economia che il consumatore faccia le rate per avere un netbuk per andare su feisbuk. Ma è proprio l'unica via? Non c'è proprio il modo di insegnare al consumatore le moltiplicazioni in colonna oltre che fagli imparare le addizioni da autodidatta? E se d'improvviso ricominciassimo a ragionare sul fatto che è un cittadino, prima che un consumatore?

Il mio prodotto è peggiore del tuo, ma è più Social

Qualche giorno prima di Natale ho avuto un incontro con un cliente seriamente intenzionato a sviluppare una presenza della sua azienda su Facebook. Mi sono sentito in dovere di chiedergli se riteneva che i suoi fossero buoni prodotti, se pensasse di poter raccogliere dichiarazioni di apprezzamento da clienti soddisfatti e se si sentisse di "esporsi" al rischio di dover rispondere, di persona, ad un cliente insoddisfatto che gli si fosse rivolto in modo sgarbato. Non credo di poter riuscire a descrivere l'espressione del mio cliente mentre gli ponevo la domanda. Un misto di meraviglia, incredulità e stizza. Sembrava gli avessi offeso la mamma.

Ho cercato di spiegargli, temo però senza convincerlo, che se è possibile - tecnicamente - barare in pubblicità ed il rischio maggiore è quello di non avere dei ritorni, in un social network in rischio è invece quello di uno sputtanamento (mi si perdonerà il francesismo) che può avere effetti devastanti.
Sono trascorsi alcuni giorni ed il "...ci sentiamo dopo le feste..." con cui mi ha salutato al termine dela riunione non ha prodotto un nuovo contatto. Sono abbastanza certo che tenteranno un'attività "fai a te" e non mi cercheranno di nuovo.