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un blog di Alessandro Nasini

Molte cose da aggiustare, per costruirne altre.

Primo giorno di vacanze. Vacanze mentali soprattutto, che userò per aggiustare parecchie cose (non solo in senso metaforico) e progettarne e costruirne molte altre.

Vacanze cominciate andando al mercato, arrivandoci con calma quasi a mezzogiorno. Ho comprato molta frutta a pochi euro e degli sgombri fantastici a 3 euro al kilo che deciderò tra poco se fare alla griglia o bolliti (e poi sott'olio). Per me è un lusso vero andare al mercato, prendermi il tempo per guardare i banchi, tornare indietro per delle albicocche già viste più belle delle successive, una lattuga con una forma che mi piaceva di più. Impiegare quasi due ore, scambiando una chiacchiera ed una battuta con ognuno dei banchi dove ho comprato qualcosa.

Il proprietario del banco del pesce - che ad agosto sarà aperto, evviva, posso tornarci per tutte le vacanze - mi ha raccontato tutto di due pesci che non avevo mai visto prima. Dove ho comprato delle spettacolari pannocchie da arrostire me ne hanno scontata una su 6, di loro iniziativa. Al banco della merceria ho comprato per 4 euro un set di aghi da calzolaio con i quali aggiusterò le mie scarpe da barca preferite da più di 15 anni, che la marca con l'albero ha follemente deciso di non produrre più.

Penso proprio che domani farò il calzolaio. Già so che sarà fantastico.

 

Votare è troppo facile

Ogni volta che vado a votare ho la sensazione che farlo sai troppo facile: entri, lasci tessera elettorale e documento, posi il telefonino, prendi scheda e matita, entri in cabina, esprimi il tuo vuoto, esci dalla cabina, imbuchi ed in due minuti totali sei fuori. Anche meno.

Nessun registro da firmare, nessun rito, troppo rapido: il voto è una sorsata al volo, non una degustazione meditata. E come tutte le cose troppo rapide o troppo gratuite diventano scontate, quasi insignificanti.

Mi rendo conto che sembra un discorso da vecchio citrullo un po' nostalgico, ma forse no...

Ho visto l'Etna con la neve.

 

Non tornavo a Catania da più di vent'anni, forse qualcosa in più. So di aver vissuto a Messina ed Augusta da piccolo ma non ne ho ricordo. Ho ricordi invece molto nitidi di due vacanze siciliane, una delle due in Vespa. Arrivare a Catania mi ha fatto un effetto stranissimo, che faccio fatica a descrivere. Ero quasi commosso, certamente emozionato.

Dieci minuti dopo l'atterraggio e dopo meno di cinque minuti per ritirare il bagaglio imbarcato stavo già guardando l'Etna innevato come un bambino piccolo guarda l'arcobaleno. Peccato il tempo fosse così così.

Mezz'ora più tardi ero in albergo che preparavo la borsa con le Nikon, pronto ad affrontare un pomeriggio in giro per la città: volevo guardare più cose possibile e registrarle, non avevo molto tempo. Mi sono fatto mezzo lungomare a piedi, quel lungomare che ricordavo pieno di palme bellissime, troppe delle quali assassinate dal punteruolo rosso, ho comprato i biglietti per il bus e sono andato in giro per un'ora per guardarmi intorno e origliare i discorsi dei catanesi. Ho ascoltato e fotografato e, devo confessarlo, masticato parecchio: un arancino al ragù, una cipollina, due cannoli piccoli, tutto in bar differenti. Non per ingordigia, avevo voglia di assaggiare Catania come faccio sempre in ogni luogo dove vado. Qualcuno disse che le persone sono quel che mangiano e credo che i catanesi non facciano eccezione, confermano la regola, anzi ne scrivono una tutta loro.

 

Catania è sempre bellissima, non saprei dire esattamente perché, un po' come quelle belle donne che viste pezzo per pezzo, naso, occhi, bocca non ti colpiscono ma che nell'insieme ti fanno innamorare. La bellezza di Catania è fatta di un muro di un vicolo, della ringhiera di un balcone, di un taglio di luce, di un banchetto di fiori, della facciata di un palazzo e del gradino di una chiesa e nel suo complesso innamora. Non sono certo i catanesi se ne rendano veramente conto, come accade pari pari a noi romani, finchè da Catania non vanno via. 

I catanesi, rispetto al mio ricordo, li ho trovati molto meno solari e non era per la settimana di brutto tempo appena passata. Temo che il brutto tempo duri da un po', certamente da troppo. Il tassinaro che mi ha riportato in albergo (ho dimenticato di chiedergli il termine catanese) era parecchio arrabbiato. Era arrabbiato con il traffico, era arrabbiato con le macchine in doppia fila, era arrabbiato con le cartacce, era arrabbiato con il sindaco attuale e con i dieci precedenti. Ho tentato un "come da noi a Roma" ma non è servito a molto. Ha proseguito infervorandosi e parlando di spiagge mal collegate con la città, di parcheggi mai inaugurati, di regole mai rispettate. Caspita, spiagge a parte, ma ero a Catania o a casa mia? L'Italia è lunga e diversa, ma le cose malate sono sempre le stesse. Finchè si sta a casa propria l'assuefazione rende la cosa meno dolorosa, quando le ritrovi altrove ti ritornano in mente di botto e ti bruciano di nuovo.



La mattina dopo ero agli Stati Generali dell'Innovazione, ed era una giornata fantastica. Il sole era pieno, l'aria pulita, il bianco accecante ed i colori bruciati dal riverbero così deve essere. La tentazione di scappare da Palazzo Platamone per tornare in giro per la città è stata fortissima ma ho resistito: il motivo per cui ero a Catania era serio e l'ospitalità del Comune andava onorata.

Ho ascoltato tutti gli interventi, friendfeeddando gli spunti che mi sono parsi al momento più interessanti. Per chi volesse, il tag è stato #innovaCT per Friendfeed. e Twitter. La cronaca della giornata e degli interventi la trovate sul blog di Catepol, digita a quattro volte la mia velocità ed è stata puntualissima nel prendere appunti e riportare la cronaca meglio di quanto potrei mai fare io qui.

Mi interessa invece ragionare ad alta voce, una sorta di ripasso, su quello che ho visto e sentito durante la giornata e magari sottolineare alcuni aspetti positivi ed altri meno.

Ho visto due sale, una "istituzionale" e l'altra del Barcamp, ed erano in due piani diversi. L'istituzionale al primo piano, nella sala grande ed il barcamp al pian terreno, in quella piccola. Non lo avrei fatto: non c'è stata fusione e non c'è stat contaminazione ed è stato un peccato. Chi ha partecipato ai panel istituzionali non ha potuto seguire i progetti presentati e invece gli avrebbe fatto un gran bene. Lo dico sinceramente: mentre le istituzioni ripetevano "fatevi avanti con dei progetti" al piano di sotto c'era chi i progetti provava a presentarli. Qualcuno più realista magari, altri più strampalati, ma il fuoco ardeva al pian terreno, non al piano nobile. Lo stesso errore l'han fatto i barcampisti, mi spiace dirlo, che con poche eccezioni hanno dedicato meno attenzione alle cose dette al piano di sopra di quanta ne meritassero. La buona volontà era percepibile e, archiviando qualche loop autoreferenziale di troppo come incidente di percorso, la sostanza c'era ed i soggetti con cui quagliare, pure.

Ho sentito il Sindaco Stancanelli ripetere più volte durante la mattinata un invito a cominciare dai "progetti a costo zero". Posso capire che se avesse detto "abbiamo soldi a secchiate" sarebbe stato più emozionante, però anche il realismo ha il suo valore. Ad esempio, riscrivere le regole di una comunità può essere un primo passo a costo zero. Sono certo che il tassinaro arrabbiato sarebbe ben disposto a constribuire alla scrittura: niente sosta in doppia fila e basta cartacce per terra. Troppo semplice? Utopistico? Forse si, ma magari no.



Gli amici catanesi mi dicono che a Catania ci sono anche cose che funzionano, o che perlomeno funzionano meglio che altrove: ad esempio l'Università. Mi risulta che la qualità dell'insegnamento sia buona e che ne escano dei buoni laureati. Non è tutto, ma è molto. Manco a farlo apposta, Economy di questa settimana pubblica un Dossier Sicilia intitolato "L'isola che c'è". Si racconta nel dossier di problemi gravissimi e di storie di ripresa, di speranze tradite e di progetti emozionanti. Chiedo agli amici catanesi di valutarne l'attendibilità, ma a me gli spunti quadrano.

Quadrano con quello che ho visto e sentito agli Stati Generali dell'Innovazione, quell'innovazione che non può non partire dal rendersi conto di quali sono gli "asset non duplicabili", una espressione un po' roboante per dire quali sono le cose cha a Catania ci sono, in Sicilia ci sono ed altrove no. Io ho visto, annusato ed assaggiato un sacco di asset: un mare pazzesco, un sole che quasi cuoce già a marzo, gente bellissima e orgogliosa, dolce e salato per il quale qualsiasi nordico (decidete voi quanto a nord) impazzirebbe. Solo per partire da quelli talmente evidenti da diventare invisibili. Invisibili ad un catanese, non ad uno che arriva da fuori.

Un città nella quale autunno e inverno è solo un breve incidente che segue all'estate e precede la primavera è una città dove può essere fantastico fare un sacco di cose; la creatività e la voglia di innovare - davanti ad una granita di gelsi - può esplodere di risultati inimmaginabili altrove. Ci sono un sacco di persone che ci stanno provando, qualcuno già ci riesce, molti vanno convinti che tutto è possibile.

Sono speranzoso che il maledetto insetto rosso si troverà il modo di debellarlo e le palme presto torneranno. 

Evoluzione: Darwin aveva ragione.

La teoria dell'evoluzione come ce l'hanno raccontata a scuola è una stupidaggine. Ora vi racconto Darwin in poche parole, diverse da quelle ascoltate a scuola.

Alle giraffe non si è allungato il collo per arrivare ai germogli più verdi a furia di sforzarsi. Le giraffe avevano quasi tutte il collo di lunghezza normale, più o meno come quello dei cavalli. Più o meno. Qualche giraffa, casualmente, ha cominciato a nascere con il collo lungo per una mutazione genetica. Quando i germogli hanno cominciato a scarseggiare, le poche giraffe con il collo lungo sono riuscire a sopravviere mangiando le foglie più alte ed a riprodursi, quelle normocollute no. Fine delle giraffe con il collo normale.

Ieri, nel traffico romano delle cinque del pomeriggio, sono rimasto colpito da un negozio di barbiere che non ricordavo di aver visto prima. Vi dico nell'ordine cosa mi ha colpito: grosso cartello con scritta nera su fondo giallo appesa in vetrina "taglio capelli 8 euro", maxi-schermo da 46 pollici sulla parete opposta alla vetrina, doppio divanetto Ikea con sedute 6 persone in attesa che guardavano la tv, pareti riverniciate di fresco di un bel giallo caldo.

Dal barbiere dal quale vado da vent'anni, il taglio di capelli costa 12 euro. Non ha il maxi-schermo. Non ha quasi mai gente in fila. Non ha le pareti riverniciate di fresco.

Non ha nemmeno il collo molto lungo.


Olivetti Camillo - Alle radici di un sogno

Lunedì 16, sono stato a vedere "Olivetti Camillo - Alle radici di un sogno". Ero un po' scettico, ne avevo visto un pezzettino su YouTube raccogliendo del materiale su Adriano Olivetti per un articolo che stavo scrivendo qualche tempo fa, e temevo di annoiarmi. Mi sbagliavo. Quasi due ore tutte d'un fiato, una Laura Curino eccezionale, seguita da un posto in loggione dal quale la vedevo piccola piccola, ma grande grande la sua prova. Ho anche riso, più volte, mi sono un po' incazzato pensando a quanti si riempiono la bocca di bei ragionamenti e cercano ricette improbabili quando basterebbe guardare ad esempi già compiuti, mi sono quasi comosso un paio di volte. Una commozione senza malinconia, che mi prende sempre (strano vero?) ogni volta che assisto a manifestazioni così limpide di bravura ed intelligenza. Un dopoteatro davanti ad un buon bicchiere con Carlo Infante, Ivan Fadini e Dario Carrera, un curioso quartetto, con belle chiacchiere del più e del meno, non solo sul lavoro appena visto. Il piacere di conoscere Laura grazie a Carlo, il doppio piacere di trovarla persona simpatica e spiritosa.