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un blog di Alessandro Nasini

BarCamp, funzionano ancora?

Solo qualche mese fa sembravano un modello perfetto: poche chiacchiere (non più di venti minuti), buone slide, tempi serrati: se hai qualcosa da dire dilla, se hai paura di confrontarti stattene a casa.

Poi è successo qualcosa che ho paura abbia fatto invecchiare la formula di colpo: ne avevo avuto sentore al GreenCamp e ne ho avuto conferma sabato al KublaiCamp. Non è un problema legato agli argomenti, non dipende dalla bontà delle cose dette o dalla qualità dei baristi o degli avventori.

Forse farà questo effetto solo a me, ma a me sembra sempre di andare via avendo perso un'occasione. Occasione di cosa? Di mettere un punto, magari anche due su un qualsiasi tema o progetto. I tempi serrati, democrazia dell'orologio, attribuiscono a tutti lo stesso spazio e la stessa visibilità, un po' come alla tribuna elettorale. Qualche domanda, tante critiche ed altrettante riflessioni rimangono sempre della strozza. E non credo solo a me, a giudicare dal mugugno a bassa voce che segue quasi sempre uno speech.

Sto, ma farei meglio a dire stavo, lavorando da qualche tempo al progetto di un BarCamp su alcuni temi che mi interessano ma devo trovare un altra formula per la giornata, formula che al momento ancora mi sfugge. Portare tutta quella gente in uno stesso luogo anche solo per poche ore costa troppa fatica, troppe energie e troppi soldi per sprecare l'occasione. Con qualcuno dei Kublaiani, sabato scorso alle Officine Farneto, un accenno di ragionamento lo abbiamo cominciato, spero proprio che dalla condivisione della "bollitura" della formula barcamp si riesca a mettere in pentola qualcosa di più fresco. E in questo senso, chi volesse darmi una mano, o meglio prestarmi qualche neurone, sarà il benvenuto.

Mamma, Papà, voglio un PC per andare su Facebook

Pensavo fosse solo una boutade, speravo fosse solo una boutade, invece no. Giovedì sono stato all'interessante convegno organizzato dall'Istituto per le Politiche dell'Innovazione dove la battuta era circolata e pensavo di questo si trattasse, di un artificio oratorio di uno dei relatori. Ieri pomeriggio mi sono infilato in un megastore di quelli dove trovi di tutto, dal forno a microonde al palmare di ultima generazione, dal depilzero al pc multimediale di grido. Ne esco sempre piuttosto sconsolato dalla costatazione del sapiente mix di sacro e profano che viene esposto sugli scaffali. Sono uno di qui dinosauri che resta convinto che la diffusione di massa dell'informatica sia un male, ovviamente nei modi in cui è avvenuta. Ma questo è un discorso che magari faremo in un'altra occasione.

Sono stato un'oretta ad aggerirarmi tra gli scaffali fingendo interesse per il ciarpame esposto, in realtà origliando i discorsi degli avventori. Oddio, altro che boutade. La gente vuole proprio un PC per andare su Facebook, anzi vuole un netbuk per andare su feisbuc. D'altra parte dove mai potrebbe andare con un accrocco con il display di un Nintendo e la tastiera ben peggiore di quella del forno a microonde? Basta che ci sia un rettangolino dove cliccare, e dopo la prima immane fatica di registrarsi (bisogna scrivere il proprio login) le volte successive con due click sei in feisbuc, dove poi ti poi limitare a cliccare come con il telecomando della tv.

Non ho nulla contro Facebook (ci mancherebbe... proprio io), non ho nulla contro il fatto che tutti abbiano un pc (magari fosse...), ma così è come comprare un'auto sportiva senza avere la minima idea di cosa sia guidare. Il motorino al figlio che non è mai andato in bici. Ancora una volta ci troviamo a correre senza aver imparato a camminare. Non è bene. Si rischia di slogarsi una caviglia e perder interesse per il piacere ed il valore della corsa.

Tornando al convegno, su una cosa prima di altre mi è venuto di ragionare: c'è ancora bisogno di un piano di alfabetizzazione, ce n'è un maledetto bisogno anche se sono certo che non verrà. E' di oggi il dato di quanto ci costa il basso livello di competenza informatico dei dipendenti pubblici, ma so per esperienza che in tanto privato le cose vanno anche peggio. Lo stesso problema c'è nella scuola, pari pari, dove abbiamo insegnanti messi in crisi dai nostri figli supernintendizzati, ma non per questo alfabetizzati. E abbiamo milioni di anziani ai quali non pensa nessuno, ma ai quali stiamo preparando un futuro prossimo fatto solo di servizi telematici che non saranno in grado di utilizzare, se non intermediati dalla badante rumena.

In più, ora che lo spazzolino da denti elettronico a sei velocità tira meno, che il girapolenta fotonico piace meno, ci stanno dicendo che è un bene per l'economia che il consumatore faccia le rate per avere un netbuk per andare su feisbuk. Ma è proprio l'unica via? Non c'è proprio il modo di insegnare al consumatore le moltiplicazioni in colonna oltre che fagli imparare le addizioni da autodidatta? E se d'improvviso ricominciassimo a ragionare sul fatto che è un cittadino, prima che un consumatore?